MELTING POINT

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MELTING POINT dieci racconti che, come altrettante sostanze, arrivano in questa raccolta a fondersi in una sola miscela, unica e plurale. Generi e trame che precipitano verso un centro, come uno sciame di stelle inghiottite dall’orizzonte degli eventi: melodramma, thriller, confessione, enigma, qui si incontra la vita narrata in tutte le sue forme; un mercante di frutta (non propriamente intelligente) rivela lampi di genio; una donna, che in un indimenticabile notturno greco, smette le vesti del giorno per svelare la sua verità a una verdeggiante veste d’acqua; un lussuoso resort nel Pacifico, che piomba dalla mitezza del Buddhismo al crimine più brutale… Il reale si fonde e sprofonda nel sogno, che poi – come disse qualcuno – è proprio la mistura di cui siamo fatti.

Excerpt

Erano le tre di notte. La falce della luna stava sospesa nella sua bellezza argentea e la città dormiva. Forse dormiva da sempre. In alto, il cielo era nero come inchiostro – così nero che l’alba sembrava inconcepibile. Mr. Luces stava seduto a guardare fuori dal suo bovindo, stringendo una sigaretta quasi finita e considerando quel che gli stava davanti. La sua casetta si affacciava su una scena di bellezza idilliaca: il parco verde che risplendeva al chiaro di luna, i narcisi gialli che stavano giusto sbocciando. Più in là c’era il castello e la disposizione ordinata di botteghe, sale da tè e pub, tutti i segni di un’esistenza borghese e civilizzata, confortevole e sicura, debitamente sterilizzata e disinfettata. Valutava la vita della città – la rispettabilità, la discrezione che avvolgeva i cittadini, tutti legati da rigide convenzioni sociali – e vedeva solo orizzonti grigi e velati. Fred Klems il postino, si domandava Mr. Luces, avrebbe mai contemplato la visione di uno yogi in meditazione nel Kerala? Avrebbe mai conosciuto la bellezza del tramonto in Provenza? Alice, la procace cameriera del Cock and Bottle, si sarebbe mai accorta che i tabloid inglesi avevano architettato un inganno seducente fatto per intrappolare le persone rendendole disperatamente avide di una celebrità e di un’esistenza brillante che non sarebbero arrivate? Marjorie Bowles, la farmacista, si sarebbe un giorno resa conto che la vita non era soltanto sveglia e lavoro e cena e televisione, che da qualche parte suonava un’altra musica, si apriva un altro panorama, dove i fiori erano più dolci, le brezze più tiepide, dove durezze e fatiche non erano i soli elementi di un paesaggio pallido e slavato? Avrebbe mai ascoltato la musica per organo di Ferruccio-Valentin Clemente, per ritrovarsi poi col cervello riconfigurato grazie a quelle pulsazioni terrificanti?

Stanotte sì. Stanotte sì. Stanotte era la notte. Aveva deciso. Mr. Luces lo andava pianificando ormai da mesi.

Siccome era in rapporti cordiali col custode della cattedrale, gli aveva domandato di poter dare un’occhiata alla chiave maestra, un attrezzo lungo e corrugato che l’uomo era stato fin troppo felice di fargli vedere. Mentre quello gli voltava le spalle, Mr. Luces aveva spinto la chiave in un blocchetto di creta molle sistemato in una piccola scatola di latta, così che il profilo e i denti s’erano impressi nella creta con chiarezza, offrendo un calco eccellente delle dimensioni precise e della forma. Aveva chiuso di scatto la scatola di latta, se l’era fatta scivolare in tasca e con qualche parola d’ammirazione aveva restituito la chiave al custode. Poi, dal calco di creta, s’era fatto fare una copia.

Ora tirò fuori quella copia dalla tasca della giacca, spense con decisione la sigaretta, s’incamminò verso la cattedrale, dove una lucina splendeva in lontananza, e si sentì come da solo in mezzo a un oceano gigantesco, su una barchetta da pesca, forse sul punto di essere assalito da piogge torrenziali e venti, forse sul punto di capovolgersi.

Aprì la porta della cattedrale senza far rumore e fece luce con la piccola torcia finché non trovò la console dell’organo. Si sentiva, a quell’ora, calmo in maniera inquietante, e per un momento ebbe l’impressione di essere spiato da un’oscura presenza in abito talare. Ma sapeva che si sbagliava. Amorevolmente, attentamente, le dita cercarono i registri e i bottoni. Ecco. Ecco il momento della bellezza, completa e assoluta. Cominciò a suonare: la Toccata in Si minore di Ferruccio-Valentin Clemente.

Improvvisamente, piombando come un tuono sulla città addormentata, arrivò quel suono che quasi non era un vero suono: piuttosto una forza, una potenza, una condanna che frantumava sonno e sogni, svegliando tutti e terrorizzandoli. Il Grand Guignol della musica si annunciava, le scale crescenti e le ascensioni si innalzavano come maschere veneziane, montando dalle profondità e moltiplicandosi, mentre l’intera esistenza diventava una specie di carnevale dissennato, composto di vibrazioni arcane. La musica infuriava e oscillava come una grande calamitosa burrasca, e intanto la forza del suono scuoteva i rami e faceva sbattere le porte. Era come un terremoto che teneva in ostaggio il mondo, e il terrore dilagava nella musica, nudo terrore gotico, e le armonie e gli accordi e le progressioni di Clemente, a quel volume folle, sembravano offrire un’estrema rivelazione biblica, una cornice entro la quale si dipanavano scene di disastri: era come se la colonna sonora per la Storia della Pazzia del Mondo fosse stata appena composta e venisse in quell’istante eseguita per la prima volta. Le orecchie di Mr. Luces sanguinavano, ma lui delirava di gioia, di una gioia pazza e incontenibile, e oscillava da una parte all’altra mentre le dita correvano sui registri e sotto di lui i pedali salivano e scendevano. Sorrideva, rideva isterico fra le lacrime – una risata frenetica che divorava se stessa. Sentiva tutto il corpo vibrare in un unico, luminoso, orgasmico sfogo dei sensi. Si era congiunto alla musica completamente, come possono congiungersi due amanti che sfregano i corpi l’uno contro l’altro.

La gente si alzava, frugando in giro alla ricerca dei vestiti, tentava di fermare il suono tappandosi le orecchie, afferrava in fretta e furia gli accappatoi, cercava di capire che succedeva. Come aveva potuto, qualcuno, entrare nella cattedrale? Chi era quel pazzo? Non si fermava? Sarebbe mai finita? Le pesanti vestigia del sonno incombevano, anche se la musica spingeva verso il cielo spronando la gente a gettare via le catene e guardare alle stelle. Ma la lotta, la dissonanza erano troppo grandi, e quell’eruzione notturna di terrore e suono, quell’oscura inarrestabile grandeur, veniva rigettata con disgusto, e la gente imprecava e s’infuriava e schiumava rabbia cercando di cacciare la musica ai margini della vita. Odiavano quel suono spregevole. Erano decisi a farla finita, a schiacciarlo sotto i piedi e sputarlo come un nocciolo di prugna, come il seme di un acino d’uva. Cominciarono a vestirsi e si riversarono in strada, tutti insieme, tutti d’accordo, diretti alla cattedrale dove finalmente avrebbero preso quel lunatico solitario che osava derubarli del loro sonno prezioso. Gli avrebbero dato una lezione che non avrebbe dimenticato: l’avrebbero crocifisso.

Avrebbero castrato quel piccolo anarchico.

Nel frattempo, Mr. Luces continuava a suonare. Sapeva che la fine si avvicinava rapidamente, ma ormai non ci poteva fare niente. Non si poteva fermare, non poteva proprio, e si trovava in un luogo molto molto lontano da delusione e dolore. Presto gli sarebbe stata concessa una vista sui prati, presto il suo viso sarebbe stato irradiato da una luce speciale, presto Ferruccio-Valentin sarebbe apparso e loro due avrebbero parlato: di musica, di bellezza, delle consolazioni dell’arte; e avrebbero continuato a parlare a lungo, nella notte che non sarebbe stata più una notte. Continuava a suonare, ridendo, piangendo lacrime salate, aspettando la fine.

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